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Sull'umiltà


Dal latino humus, terra, deriva humiles, che significa “poco elevato da terra”: è un termine che nell'uso comune è diventato ambivalente perché, da una parte, si definisce persona umile la persona non superba,
non orgogliosa di sé e dei propri meriti, rispettosa, disponibile con tutti, quindi indica persona di spessore morale, tanto che tutti concordano nel ritenere che il vero sapiente, la persona davvero saggia, è anche umile, consapevole dei propri limiti e tollerante con i limiti degli altri.
Dall'altra parte, “umile” ha anche una connotazione negativa, significa “roba da poco”: espressioni tipo “umili origini, vestito umile, compiere i lavori più umili…” sono assolutamente abituali nel lessico quotidiano per indicare qualcosa di misero, se non addirittura disdicevole.
Forse anche per questo retaggio, la parola umiltà ci spaventa….
Vediamo di capire l'invito di Gesù: “imparate da me, che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29).
Chi ha a che fare con la terra, con i prodotti del suolo, sa bene che è definita “humus” la parte migliore del terreno, la più adatta alla coltivazione perché è la più fertile.
Molto spesso Gesù ricorre ad immagini del mondo vegetale quando vuole farci capire qualcosa di importante e quando parla del regno di Dio, dice: “È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami” (Lc 13,19), oppure nella parabola del seminatore, presente in tutti e tre i sinottici, ci indica che il seme, che è il regno di Dio e la Parola di Dio, porta frutti duraturi solo se cade sul terreno buono.
Il terreno buono, l’humus, è il cuore di chi impara, anche con fatica, a coltivare la sua relazione con Dio e lo riconosce con i fatti come unico Signore della propria vita.
Il terreno buono è il cuore di chi non si sente mai arrivato, di chi è consapevole delle difficoltà di un cammino di fede e delle proprie possibilità di caduta, e di chi crede fermamente nella misericordia di Dio e non si scoraggia.
Il terreno buono è il cuore di chi è consapevole che coltivare la relazione con Dio è l'unica “strategia di lotta” possibile contro ogni forma di peccato, quindi anche contro la superbia e la ricerca di gloria presso gli uomini che sono l'esatto opposto dell’umiltà.
Superbia e vanagloria, strettamente legate tra loro, costituiscono per noi una tentazione perenne: chi per superbia e vanagloria si è ribellato a Dio è proprio colui che strenuamente ci vuol far cadere.
La superbia genera le più laceranti divisioni, basti pensare al razzismo, il desiderio di riconoscimenti può diventare una subdola forma di vanagloria che porta inevitabilmente alla superbia ed è particolarmente pericolosa perché si aggancia a quella che è una nostra naturale esigenza di riconoscimento e accettazione.
È assolutamente normale desiderare che ci sia riconosciuto il valore di quanto facciamo, ma se questo non accade, la persona spiritualmente matura e psicologicamente sana se ne fa una ragione.
Il campanello d’allarme deve scattare quando non riusciamo ad accettare il mancato riconoscimento ed il pensiero torna con insistenza a quanto, secondo noi, non ci è stato dato: sentimenti di frustrazione, di rabbia, di rancore cominciano a tormentarci e, se non poniamo riparo, parte un’escalation che ci porta inesorabilmente verso il peccato di vanagloria, che può assumere aspetti devastanti perché nella vanagloria io divento signore di me stesso, dove tutto ciò che faccio lo faccio per me, per ricevere lode e approvazione.
C'è un bambino poco amato dietro tutto questo, un bambino cresciuto male nella disperata ricerca di approvazione da parte delle figure adulte di riferimento, c'è una porta che è stata spalancata al demonio dalle ferite della vita.
Ma la persona diventata umile di cuore sa che ogni guarigione è possibile e può nascere solo dalla consapevolezza di avere un problema e dalla ricerca degli aiuti giusti.
La persona di fede, umile di cuore, sa pure che quel bambino ferito tornerà periodicamente a farsi sentire, le ferite guarite lasciano cicatrici, ma sa pure che non deve averne paura ma accoglie con amore la sua fragilità quando torna a manifestarsi e la presenta a Gesù.
L'umile di cuore non chiede perché accadono determinate cose, ma si chiede come deve rispondere, qualunque cosa accada, e come Dio si aspetta che reagisca, perché sa che ogni circostanza della vita, per quanto dolorosa sia, può trasformarsi in occasione.
Con gradualità ha imparato che ogni evento può essere un dono, perché è una chiamata a partecipare alla costruzione del regno di Dio.
“Tutto concorre al bene…”, ci ricorda San Paolo, allora l'umiltà del cuore di cui ci parla Gesù è questo fidarsi di Dio e affidarsi a Lui, è questo riconoscersi figli amati a cui non è dato di capire tutto e credere che è giusto così, è questo ritenere ogni fratello una perla preziosa in quanto figlio e fratello in Cristo.
Allora, quando qualcuno ci riconoscerà dei meriti l'unica risposta possibile sarà la convinta lode al Signore, se invece nessuno apprezzerà il lavoro fatto, forse ci “brucerà” un po' ma la cosa finisce lì, perché abbiamo la consapevolezza di aver fatto ciò che il Signore ci ha chiesto e di aver fatto comunque del nostro meglio.
È un percorso lento, molto complesso ma possibile, si tratta davvero di morire a se stessi ogni giorno, sapendo però di poter contare sulla roccia della nostra vita che è Cristo e che non ci chiederà mai qualcosa di superiore alle nostre forze.

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