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  • Ultimo aggiornamento: 03 Novembre 2018.
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Cosa sono i carismi. Loro rapporto con la vocazione e santità

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Cosa sono i carismi. Loro rapporto con la vocazione e santità

I: Che cosa sono i carismi?
La parola carisma deriva dal greco e significa grazia, dono.
Nella Sacra Scrittura carisma ha tre significati.
1. Il primo significato è generale e per carisma si intende qualsiasi grazia, dono o favore. In questo senso S. Paolo può dire a una comunità che desidera portarle qualche carisma: "Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono (carisma)" (Rm 1,11).
2. Il secondo significato è un significato largo, e allora i carismi sono intesi come grazie speciali permanenti con le quali i fedeli si rendono adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento e allo sviluppo della Chiesa (LG 12). Possono essere l'ufficio di catechista, di padre o di madre di famiglia, di sposo o di sposa, di sacerdote, di persona consacrata a Dio, di missionario, di insegnante...
In questo senso ne parla S. Pietro: "Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta (carisma), mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (1 Pt 4,10-11).
E S. Paolo: "Abbiamo pertanto doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero, attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia" (Rm 12, 6-8).
E ancora: "È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli a compiere un ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,11).
3. Il terzo significato è un significato stretto e per carisma si intende un dono straordinario, dato in maniera transeunte, e designa in genere "azioni prodigiose" che lo Spirito Santo concede di compiere.
Sono i carismi in senso stretto. S. Paolo in 1 Cor 12,7-11 ne elenca nove: "E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:
a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro, invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza;
a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito;
a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell'unico Spirito; a uno il potere dei miracoli;
a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti;
a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l'interpretazione delle lingue.
Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole" (1 Cor 12,7-l1).
I carismi in senso stretto, come dice San Paolo, non vengono dati per l'utilità personale, ma per l'utilità comune.
Sono definiti "gratiae gratis datae", grazie date del tutto gratuitamente e indipendentemente dalla santità personale.
Ecco quanto insegna S. Tommaso: "Vi sono due tipi di grazia.
C'è una grazia che ricongiunge l'uomo direttamente con Dio: ed è la grazia santificante o gratum faciens (che rende graditi a Dio).
C'è poi un'altra grazia, mediante la quale un uomo aiuta un altro a tornare a Dio. E questo dono viene chiamato gratia gratis data (grazia data liberamente da Dio a chi vuole), poiché si tratta di una facoltà superiore alla natura e ai meriti personali: ma poiché non viene concessa per la santificazione di chi la riceve, bensì per cooperare all'altrui santificazione, non viene chiamata grazia santificante"(Somma teologica, I-II, 111,1).
Per questo i carismi in senso stretto possono essere elargiti anche ad un peccatore e perfino ad un pagano, come avvenne per Balaam, che predisse il sorgere di una stella per la nascita del Messia (Nm 24,17) e addirittura per la sua asina che profetò (Nm 22,28-33; Pt 2,16).
Proprio perché vengono dati indipendentemente dalla santità personale non sono oggetto di merito. Ad esempio: uno può pregare per ottenere un miracolo, ma non può meritarlo.
Si afferma inoltre che non sono soggetto di merito: questo significa che profetando o compiendo un miracolo, uno non compie un atto meritorio, perché nel compiere il prodigio è più passivo che attivo.
Per questo per la perfezione e santificazione personale vale immensamente di più il più piccolo atto di carità che il compimento del più grande miracolo.
Infine i carismi in senso stretto sono del tutto a vantaggio della comunità. Per questo "il giudizio sulla loro genuinità e retto uso spetta all'Autorità Ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (1 Ts 5,12, e 19-21)" (LG 12).

II: Il sacerdozio è un carisma?
Dalla distinzione fatta, appare chiaro che il sacerdozio è un carisma.
Ma è un carisma in senso largo. E pertanto giova alla perfezione personale e alla perfezione della comunità.
San Paolo, nel testo citato, parla di ministero. E il sacerdozio è un ministero.
Secondo San Paolo anche il matrimonio è un carisma: "Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono (in greco: carisma) da Dio, chi in un modo, chi in un altro" (1 Cor 7,7), e sta parlando della verginità consacrata a Dio e del matrimonio.
Evidentemente il matrimonio è un carisma di secondo tipo, come il sacerdozio, e pertanto un carisma permanente che giova alla santificazione personale e a quella altrui.

III: C'è una gerarchia di carismi?
San Paolo in 1 Cor 14 confronta il carisma della profezia e il carisma del parlare in lingue, e apertamente dichiara: "In realtà è più grande () colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue" (v. 5).
Teologicamente è dunque possibile e legittimo fare il paragone tra due carismi e stabilire che l'uno è superiore, più grande dell'altro.
Quando San Paolo dice: "Aspirate a carismi più grandi! E io vi mostrerò la via migliore di tutte" (1 Cor 12,31) fa capire che esiste una gerarchia.
Egli stesso poi confronta la verginità per il Regno dei cieli e il matrimonio. E dice: "In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene, e chi non la sposa fa meglio (7,38)"; ugualmente la vedova, se vuole, può risposarsi, «ma se rimane così, a mio parere è più felice cosa (7,40).
Il Magistero della Chiesa ribadisce questa affermazione.
Pio XII, nell'enciclica Sacra virginitas (1954), ha scritto: "La dottrina che stabilisce l'eccellenza e la superiorità della verginità sul matrimonio, come già dicemmo, annunciata dal Divin Redentore e dall'Apostolo delle genti, fu solennemente definita dogma di fede nel concilio di Trento e sempre concordemente insegnata dai Santi Padri e dai Dottori della Chiesa. I nostri predecessori e noi stessi, ogni qual volta se ne presentava l'occasione, l'abbiamo più e più volte spiegata e vivamente inculcata. Tuttavia poiché di recente vi sono stati alcuni che hanno impugnato con serio pericolo e danno dei fedeli questa dottrina tramandataci dalla Chiesa, noi, spinti dall'obbligo del nostro ufficio, abbiamo creduto opportuno nuovamente esporla con questa Enciclica indicando gli errori proposti spesso sotto apparenza di verità".
Di grande importanza è l'affermazione del Concilio Vaticano II nel decreto sulla formazione sacerdotale. Dopo aver chiesto che gli alunni dei seminari siano adeguatamente informati sulla dignità del matrimonio cristiano, immagine dell'amore di Cristo per la Chiesa, aggiunge: "ma sappiano comprendere la superiorità (praecellentiam) della verginità consacrata a Cristo".
Giovanni Paolo II in Familiaris consortio dice che "nella verginità l'uomo è in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa nella piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa così nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione futura...
È per questo che la Chiesa durante tutta la sua storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di quello del matrimonio, in ragione del legame tutto singolare che esso ha con il Regno dei cieli" (FC 16).
In Vita consecrata (esortazione post-sinodale sulla vita consacrata del 25.3.1996) ribadisce la dottrina della Chiesa: "Quanto alla significazione della santità della Chiesa, un'oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso vivere di Cristo. Proprio per questo, in essa si ha una manifestazione particolarmente ricca dei beni evangelici e un'attuazione più compiuta del fine della Chiesa che è la santificazione dell'umanità. La vita consacrata annuncia e in certo modo anticipa il tempo futuro, quando ... i figli della risurrezione non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli di Dio (Mt 22,30).
In effetti, l'eccellenza della castità perfetta per il regno, a buon diritto considerata la 'porta' di tutta la vita consacrata, è oggetto del costante insegnamento della Chiesa" (VC 32).

IV: Che rapporto c'è tra carisma e carità? 
Se la verginità è superiore al matrimonio, non vuol dire che automaticamente chi sceglie la verginità sia più perfetto o più santo di chi vive nel matrimonio. La verginità è un carisma, mentre la santità dipende dalla carità, che è il fine dei carismi. È più santo chi ama di più. Avere i più grandi carismi e non vivere nella carità, non serve a nulla.
San Paolo lo spiega bene: parlare in lingue, avere il dono della profezia, fare miracoli grandiosi fino a trasportare le montagne, avere doni di assistenza per aiutare i poveri fino al sacrificio della propria vita non giova a nulla se uno non ha la carità (1 Cor 13,1-3).
La carità quindi è l'unica cosa che vale per se stessa, ha ragione di fine e qualifica l'esistenza umana. I carismi invece, e tra essi anche il matrimonio e la verginità, hanno valore strumentale. Sono dunque mezzi per raggiungere la carità.
La santità non va dunque giudicata dal carisma che una persona persegue. Vi sono tra le persone sposate dei santi, e tra i consacrati vi sono dei demoni incarnati, per usare il linguaggio di santa Caterina da Siena.
Per fare un esempio concreto: Santa Gianna Beretta Molla è una santa, mentre io, sebbene sacerdote e consacrato, non lo sono.
San Francesco d'Assisi era solo diacono. Ma è stato più santo di molti sacerdoti, vescovi e papi.
San Martino de Porres non era neanche diacono, ma solo un fratello converso (così a quei tempi venivano chiamati quelli della sua categoria). Ma è stato più santo di tanti "molto reverendi" o anche "reverendissimi" Padri.
Pertanto, quando si confrontano fra loro i carismi, non si tratta di fare confronto tra concreta persona sposata e concreta persona consacrata (giudizio che in definitiva appartiene solo al Signore, il quale giudica in base al grado di carità raggiunta). Ma si intende solo fare un confronto tra carismi, oggettivamente intesi.

V: La carità è un carisma?

Per me la carità non è un carisma ma attraverso i carismi esercito una carità più "grande" o meglio do maggior spazio a Dio nella mia vita e nella società...
Certamente la carità non è un carisma inteso nel secondo o nel terzo significato.
La carità è il fine o l'obiettivo ultimo dei carismi. Come ho ricordato nella risposta appena data, la carità è nell'ordine dei fini, i carismi invece sono nell'ordine dei mezzi.
Come osservi giustamente: "attraverso i carismi una esercita una carità più "grande" o meglio da maggior spazio a Dio perché operi nella sua vita e nella società...".
Si potrebbe dire, ma solo in senso generale, che la carità è un carisma in quanto è un dono dato da Dio. Ma a questo punto è facile equivocare, perché quando all'interno della Chiesa si parla di carismi, ci si riferisce sempre e solo ai carismi intesi nel secondo o nel terzo significato.

VI: Un carisma  utilizzato al di fuori della carità sarebbe un danno per chi lo utilizza.
Bisogna distinguere tra i carismi in senso largo e i carismi in senso stretto.
I carismi in senso stretto sono grazie date da Dio indipendentemente dalla sanità personale. Non presuppongono pertanto lo stato di grazia e il loro utilizzo non fa diventare più santi né fa diventare peggiore. Anche Balaam, ha profetato!
L'utilizzo dei carismi in senso largo invece è perfezionante per il singolo solo se è in grazia.
Se non è in grazia, le sue azioni, pur non essendo meritorie, tuttavia continuano ad essere buone. Ad esempio un padre di famiglia che va a lavorare e si sacrifica per il bene dei figli, compie un'opera buona. Ma se è privo della carità o della grazia, la sua opera, pur continuando ad essere buona, non è meritoria.
In teologia si dice che queste opere sono morte, perché non sono vivificate dalla grazia. Solo il peccato è un'azione mortifera, e cioè danneggia chi lo compie.
Lo stesso discorso vale anche per il prete. Se fosse in peccato mortale, la sua dedizione al prossimo continua ad essere una realtà buona, anche se non meritoria. Ma se osasse celebrare la Messa o fare la Santa Comunione col peccato mortale nella coscienza, allora l'utilizzo del carisma è a suo danno, perché commette un sacrilegio. La celebrazione dei sacramento in lui richiede lo stato di grazia.

VII: Vanno messi al servizio del prossimo.
Tuttavia i carismi in senso largo conoscono un utilizzo sollecito e un utilizzo a lunga scadenza, perché vanno messi a servizio del prossimo sempre, finché perduta l'ufficio.
Inoltre vanno esercitati quando si raggiungono condizioni di maturità, responsabilità, preparazione... Diversamente si combinano solo danni.
Per questo, ad esempio, la Chiesa vuole che i candidati al sacerdozio abbiano il loro itinerario di formazione intellettuale, morale, apostolica...
Ugualmente chiede qualcosa di analogo anche per coloro che sono chiamati al matrimonio.

VIII: Rapporto tra carisma e vocazione, e carisma e santità
Evidentemente il discorso vale solo per i carismi in senso largo.
Se sacerdozio, vita consacrata e matrimonio sono carismi, allora tra carisma e vocazione c'è un rapporto strettissimo. La vocazione è la chiamata ad esercitare un particolare carisma.
Quando alla vocazione (chiamata) si dà una risposta, carisma e vocazione infine si identificano.
Mi chiedi anche che relazione ci sia tra carisma e santità.
Ho detto che i carismi sono nell'ordine dei mezzi e la santità è nell'ordine dei fini.
Il rapporto allora è chiaro: i carismi sono a servizio della santificazione, di quella personale e di quella altrui.
Ma il carisma non si identifica con la santità. Abbiamo visto che uno può avere un carisma molto alto (il sacerdozio) ma può viverlo ed esercitarlo malamente e perfino a suo danno.
Inoltre ognuno è chiamato a perseguire la santità nella fedeltà e nell'esercizio del carisma che gli è stato dato.

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